S. Carotta, E USCIRONO DALLA TERRA D’EGITTO – Lectio divina sul libro dell’Esodo, pp. 150

Siamo di fronte alla narrazione di una nascita, quella di Israele. Una nascita attraverso una liberazione, certamente; meglio, una nascita attraverso più liberazioni. Protagonista principale è il popolo santo, ma il vero autore, come vedremo, è Dio. La lettura che faremo dell’Esodo vorrebbe soprattutto indurci a riflettere e a chiederci se siamo coscienti del nostro statuto di figli di Dio; se anche noi avvertiamo le “contrazioni” della nascente creatura; se sappiamo riconoscere ciò che ostacola il cammino della nostra libertà, e se riusciamo – in fine – ad individuare le dinamiche della vita dentro le logiche mondane della morte. Ma non è tutto: siamo consapevoli che la nostra nascita è voluta, preparata, e accompagnata da Dio? Che è Lui stesso a generarci individualmente e comunitariamente come suoi figli e come sua eredità preziosa? A questo punto sorge lo stesso interrogativo che una notte Nicodemo pose a Gesù di Nazareth: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4). È vero, un uomo, soprattutto se è vecchio, non ha altro estuario che la morte, “ma l’uomo nuovo di cui parla Gesù può rinasce attraverso l’acqua e lo Spirito” (cf. Gv 3,5). Un uomo nasce a se stesso quando sa di essere amato per ciò che è; solo l’amore del Padre – lo Spirito Santo -, manifestato in Gesù, porta alla beatitudine della propria verità.

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